martedì 29 aprile 2014

Scusi possiamo parlare?

Ero in metropolitana e notavo restando in piedi  un vagone composto esclusivamente da persone che dialogavano con il loro telefonino. Sguardi ipnotizzati sui modelli più disparati e innovativi offerti dal mercato in un silenzio quasi irreale. Nessun bisbiglio, nessun tipo di dialogo tra i viaggiatori presenti e nemmeno una voce infantile piagnucolante. Questa visione per molti aspetti sconcertante mi spinse a riflettere sulla solitudine che sempre in misura maggiore affligge l'essere umano. Siamo soli ma vogliamo fortemente essere soli rifiutando qualsiasi tipo di contatto umano con persone sconosciute evitando se possibile anche di fermarci ad offrire una informazione stradale richiesta. Ci si bea troppo spesso nella solitudine. Se siamo a casa trascorriamo ore davanti al computer o al televisore oppure ci arrocchiamo alle pagine di un libro o di un giornale, tutto tranne che cercare un dialogo. Diventiamo asociali, veniamo definiti spesso degli orsi ma la cosa non ci rattrista e non ci scuote. Se qualcuno prova a distoglierci dalla nostra solitudine mostriamo insofferenza così come se un familiare prova a chiederci aiuto in casa. Eppure il dialogo ha permesso a varie generazioni di creare legami stabili seppur nati casualmente. Ha permesso di scoprire e approfondire comuni interessi non attraverso una webcam ma guardandosi da vicino facendo quei "quattro passi" insieme che permettevano una naturale attività fisica non obbligata ad una palestra. Molti studiosi asseriscono che l'incomunicabilità che oggi regna in tante famiglie scatena seri problemi spesso scoperti da chi di dovere troppo tardi per porvi rimedio. Questo dovrebbe far riflettere tanti. Io ci sto provando.

lunedì 28 aprile 2014

Un cane prigioniero.

Avere un cane in casa è una gran bella cosa anche se a circondarlo d'affetto ci sono solo adulti. tutto resta più facile se ci riferiamo a cani di piccola taglia più complicato se nell'abitazione entra un cane di media o grande taglia e non si dispone di un giardino o area vicina all'aperto dove farlo correre durante la giornata. Il cane ha necessità di muoversi e correre ogni giorno e non solo di fare la passeggiatina al guinzaglio per poi trascorrere il resto delle ore in spazi ridotti. Pur se alimentato in maniera contenuta in rapporto al poco movimento l'appesantimento fisico provoca problemi seri che possono anche essere di tipo cardiaco. Ho perso un cane maremmano di cinque anni stramazzato improvvisamente al suolo proprio perché improvvisamente ritrovatosi a vivere tra quattro mura avendo dovuto rinunciare ad un ampio terrazzo. Un errore che ancora oggi a distanza di tanti anni da quell'evento doloroso mi opprime e mi fa star male. Ecco perché sento il bisogno d'invitare gli amici del cane a non commettere il mio stesso errore non limitandosi alla sola passeggiatina quotidiana.

domenica 27 aprile 2014

Due righe per raccomandarti una persona...

Negli anni sessanta era prassi consolidata il "bigliettino". Lo usavano alti prelati oltre naturalmente politici e personaggi influenti del nostro paese italico. Sul classico biglietto da visita sbarrato il titolo per quel senso di noblesse oblige venivano scritte di proprio pugno poche righe con le quali s'invitava il destinatario a prendere a cuore le necessità del latore che con molta deferenza arrivava a porgerlo al destinatario. Era la classica "raccomandazione" che nei decenni seguenti ha permesso a migliaia di politici di allargare la sfera del proprio elettorato concedendo favori di ogni genere. Un paese che non ha mai riconosciuto il merito ma ha sempre promosso il raccomandato. Uno scambio di favori che spesso ha trovato nel ricatto la molla vincente per arrivare allo scopo. eppure c'è ancora oggi qualcuno che dichiara di aver raggiunto determinati traguardi esclusivamente per propri meriti senza dover ringraziare alcuno. Quando l'ho ascoltato pronunciare ho sempre fatto tanta fatica a crederci.

sabato 26 aprile 2014

SINDACO,MALEDETTO SINDACO,MORTE AL SINDACO

Se io fossi sindaco della mia città. Non credo di essere l'unico ad averlo sognato e come molti probabilmente finirei per essere odiato o peggio dopo solo pochi giorni dall'insediamento. Amministrare e guidare una città di oltre un milione di abitanti è impresa ardua ma lo sarebbe ancora di più se lo si volesse fare senza guardare in faccia a nessuno. Cerco di spiegarmi. Seguire una linea di condotta integerrima, avere un comportamento irreprensibile, applicare un proprio codice etico senza mai recedere non è assolutamente facile. Sono nato e cresciuto in una metropoli che non ha mai avuto una guida efficiente, ma una classe politica truffaldina e accondiscendente all'intrallazzo. Questo ha fatto sì che gli abitanti di questa città o venissero ingabbiati in una spirale di malgoverno o, restandone fuori, ne patissero tutte le negative conseguenze. Appartengo a questi ultimi e pertanto qualora divenissi Sindaco finirei per essere odiato, costretto a dimettermi o peggio "suicidato". Una paura quest'ultima che però non mi frenerebbe dall'attuare tutto un piano veloce di ribaltamento delle tante anomalie che da decenni ormai fanno parte integrante della città. Oltre trecento milioni all'anno costano le varie partecipate comunali costituite per favorire assunzioni clientelari. Le scioglierei tutte liquidando il personale. La sedia di Sindaco non la vedrei mai restando tutti i giorni in giro per le strade a verificare il funzionamento dei servizi al cittadino. Vieterei l'uso dell'auto non solo in alcune ore del giorno ma estenderei il divieto ad una area vastissima della città potenziando il servizio di trasporto urbano. sarebbe il sistema più sicuro per ridurre l'inquinamento ambientale. Proibirei il carico e scarico delle merci durante l'intera giornata lavorativa restringendolo alle prime luci dell'alba. multe salatissime per chi sporca le strade cittadine e per l'occupazione di suolo pubblico. Metterei personale a controllo dei parchi e dei giardini pubblici e sottoporrei a controllo tutti coloro che portano i loro animali in giro per la città Trasformerei la mia città in una Lugano del sud. Per queste regole e per le tante altre che applicherei sono sicuro che avrei una vita da Sindaco molto breve.

No, Presidente così non va.

  Civitella Alfedena era negli anni ’60 un tranquillo paese montano del Parco d’Abruzzo abitato da poche anime ancora non scoperto dal turismo d’elite. Ci arrivai con l’auto guidata da un comprensivo familiare nella giornata di ferragosto per un breve saluto alla mia fidanzatina dell’epoca che vi campeggiava con il gruppo scout. La chiesetta, dove si stava per celebrare la Santa Messa, era così piccola da non riuscire a contenere nemmeno i suoi abituali fedeli per cui mentre “lupetti” e “capi” si disposero a semicerchio fuori l’ingresso ai “due forestieri” furono lasciate libere le due migliori sedie di paglia che con un attimo di stupore andai ad occupare con il mio familiare. La prima cosa che mi colpì ricordo che fu scoprire  l’accento del celebrante non di quella regione (seppi dopo originario della Garfagnana) ma l’omelia pronunciata a braccio senza uno straccio di foglio dopo il Vangelo fu a dir poco stupefacente. Citazioni filosofiche alternate a latine, letterarie seguite o precedute da storiche in una sintesi legata perfettamente alla lettura della pagina del Vangelo da lasciare esterrefatti un’ innamorato  liceale e un professore di lettere e filosofia nelle funzioni di familiare accompagnatore. All’uscita fu naturale guardarsi in viso e chiedersi cosa avessero mai compreso quei fedeli di quanto ascoltato. Solo molti anni dopo ripensando a quell’episodio di vita vissuta compresi che quel sacerdote non si era limitato a fare il solito “predicozzo domenicale” ma aveva fatto “cultura”. Aveva portato su quel cucuzzolo di montagna molto più della parola di Cristo offrendo a quei fedeli raccolti in quella Chiesetta briciole di sapere utili per meglio aprirsi alla vita. Il conoscere, l’uscire dal buio del non sapere, dell’agire perché così ci è stato detto di fare, di quell’essere pecorelle ubbidienti e basta, di attendere fin quando non sia detto di muoversi, capire, ecco sì insomma, capire. Si riesce ad Immaginare cosa sarebbe accaduto se nessuno avesse risposto “No, così non va” a quel cambio di regolamento annunciato dall’attuale Commissario F.I.S.E.?  Si riesce ad immaginare la sorpresa di trovarsi un crescente numero d’iscritti che inaspettatamente alzano la voce e gridano “Basta!”? Quel Sacerdote in quella Chiesetta voleva svegliare con sprazzi di cultura anime mantenute dormienti da un Potere al quale faceva gioco che viceversa continuasse a conoscere solo la paura del Peccato. Qualcuno, anzi più di qualcuno, ha cercato di bloccare l’onda crescente di protesta, abbaiando e digrignando i denti fino a mettere firme su carta bollata. Tutto perfettamente inutile. Come le poche anime di quella Chiesetta una moltitudine crescente di amatori dell’equitazione italiana è stata avvolta da una ventata liberatoria. Dopo aver toccato il fondo, per colpe chiaramente non sue, il popolo equestre ha inteso riappropriarsi del suo sport pur scoprendone gambe incancrenite e da amputare, ma fermamente intenzionato anche camminando poi su una sedia a rotelle a  dargli una nuova speranza di vita.. Ecco da dove nasce la richiesta mossa all’attuale Commissario di tirare presto le somme del debito  seppur ripartito tra quanti l’hanno procurato e portare tutto il dossier all’attenzione del Presidente del C.O.N.I. Il popolo equestre italiano ha diritto di eleggere quanto prima il suo Presidente e avere un Consiglio Direttivo che badi a modificare quelle regole richieste dai suoi tesserati Ritenere di poter continuare a mantenere nel buio della conoscenza gli iscritti alla F.I.S.E. ignorando la loro volontà di riappropriarsi del loro sport va ritenuto ingiusto oltre che impossibile.  Questa la ragione del pressante invito al Commissario di completare in tempi rapidissimi il suo lavoro perché L’equitazione italiana il suo “Big Ben ha detto stop” l’ha pronunciato.

FIASE - Un rosso che spaventa. Surreale cronaca di un immaginario accordo.

Nel silenzioso salone tra il thè offerto alle amiche della gentil consorte e il cognac versato ai loro riveriti mariti dal proprietario della Maison era stato da poco limato l’accordo e deciso nomi ed incarichi da distribuire. Colui designato dai convenuti all’unanimità quale futuro presidente aveva già dato disposizione ai domestici di servire champagne per un brindisi augurale mentre tutti i presenti di sesso maschile si stringevano calorosamente le mani a sancire un patto che nessun voto successivo da parte del pagante popolo dei tesserati avrebbe mai potuto mutare. La felicità regnava incontrastata tanto che la moglie del futuro presidente fresca dell’ennesimo ritocchino plastico in abito stile Violetta Valery con i suoi centocinque chili andò a tuffarsi in segno di giubilo sul magnifico buffet preparato all’istante Si erano unite le anime politiche più forti e radunati i capitali più corposi affinché nulla e nessuno avesse mai potuto modificare quanto deciso in quel luogo. Dopo le coppe alzate in un “libiamo” verdiano giunse il momento del telefono, anzi dei lussuosi cellulari ultimo modello che, anche se tecnologicamente troppo innovativi considerata l’età dei loro proprietari, iniziarono a funzionare. Ben presto quel salone divenne peggio della Torre di Babele, tanto che ”donna Violetta” decise di traslocare seguita dallo stuolo frusciante delle amiche nel grande giardino che si estendeva per chilometri davanti alla maison. Su un grande pannello raffigurante le regioni italiche fu apposta una bandierina di colore nero o verde ad indicare le intenzioni di voto favorevoli o da contrari sulla scorta delle telefonate che pervenivano. Con il trascorrere delle ore su quel pannello il colore verde-dollaro andò a sostituire lo sfavorevole nero. Il fax catapultò come saette le deleghe di voto raccolte dai vari emissari del Principe, pardon, futuro Presidente. Tutto era andato secondo i piani prestabiliti, senza alcun intoppo. Sì, d’accordo si sarebbe dovuto svolgere quella pantomima delle votazioni pubbliche ma si sapeva bene che sarebbe stato tutto un pro-forma  Ci fu qualcuno che al momento della certezza matematica della schiacciante vittoria ottenuta sulla scorta delle migliaia deleghe pervenute non fu capace di resistere dall’andare ad indossare la giacca di consigliere fresca di lavanderia con lo stemma  cucito sul taschino pavoneggiandosi come il miglior indossatore. L’apertura della porta del salone, un cameriere in alta uniforme con vassoio tra le mani fu visto da tutti come una inopportuna intrusione. Su quel vassoio, ovviamente d’argento, era poggiato un plico che il futuro presidente e padrone della maison raccolse e lesse. Nulla di buono su quel foglio perché tutti gli astanti videro il  futuro presidente impallidire con un leggero tremito nelle mani. Un tremore che colpì tutti gli altri quando furono messi a conoscenza del contenuto del foglio. C’erano stati alcuni sfaccendati che avevano avuto l’ardire di costituire su Internet un’associazione con la ferma intenzione di esprimere le loro opinioni e essere propositivi per modificare quanto a loro giudizio fosse necessario per un migliore funzionamento della loro disciplina  sportiva.. Qualcuno fu colto da conati di vomito, qualche altro ebbe necessità di correre al gabinetto dimenticando di avere il pannolone, altri ancora credendo di avere il pannolone videro i loro calzini bagnarsi. Tutto questo mentre in giardino, le signore  ignare di quanto stava accadendo, conversavano amabilmente.. Avvertite però dell’infausta e imprevedibile notizia si catapultarono nel salone e la cosa provocò per alcune di loro il ricorso rapido all’ortopedico per ricostruzioni di ossa varie. Quelle che riuscirono a mantenersi in piedi si avventarono sui rispettivi coniugi per mordere di rabbia le loro mani. Nessuna di loro ricordò però in quegli attimi di aver messo poco “polident” e finirono per osservare le rispettive dentiere partire a razzo per stringere quelle mani a  tipo sandwich. In breve anche il fax riprese a funzionare portando l’annullo di deleghe appena concesse accompagnate da frasi in verità poco eleganti che si evitò di pronunciare per rispetto di quelle signore che nel frattempo avevano faticosamente riconquistato le proprie dentiere. Una disfatta dalle proporzioni gigantesche, tutto per colpa di chi si era inventato quell’associazione ai cui fondatori i presenti nel salone, pannoloni e dentiere in prima linea, augurarono il peggio senza sapere però che i promotori di quella rivoluzionaria associazione da settimane camminavano con entrambe le mani ben raccolte sui preziosi gioielli di famiglia.