Civitella Alfedena era negli anni ’60 un tranquillo paese montano del
Parco d’Abruzzo abitato da poche anime ancora non scoperto dal turismo d’elite.
Ci arrivai con l’auto guidata da un comprensivo familiare nella giornata di
ferragosto per un breve saluto alla mia fidanzatina dell’epoca che vi
campeggiava con il gruppo scout. La chiesetta, dove si stava per celebrare la
Santa Messa, era così piccola da non riuscire a contenere nemmeno i suoi
abituali fedeli per cui mentre “lupetti” e “capi” si disposero a semicerchio
fuori l’ingresso ai “due forestieri” furono lasciate libere le due migliori
sedie di paglia che con un attimo di stupore andai ad occupare con il mio
familiare. La prima cosa che mi colpì ricordo che fu scoprire l’accento del celebrante non di quella
regione (seppi dopo originario della Garfagnana) ma l’omelia pronunciata a
braccio senza uno straccio di foglio dopo il Vangelo fu a dir poco
stupefacente. Citazioni filosofiche alternate a latine, letterarie seguite o
precedute da storiche in una sintesi legata perfettamente alla lettura della
pagina del Vangelo da lasciare esterrefatti un’ innamorato liceale e un professore di lettere e
filosofia nelle funzioni di familiare accompagnatore. All’uscita fu naturale
guardarsi in viso e chiedersi cosa avessero mai compreso quei fedeli di quanto
ascoltato. Solo molti anni dopo ripensando a quell’episodio di vita vissuta
compresi che quel sacerdote non si era limitato a fare il solito “predicozzo
domenicale” ma aveva fatto “cultura”. Aveva portato su quel cucuzzolo di
montagna molto più della parola di Cristo offrendo a quei fedeli raccolti in
quella Chiesetta briciole di sapere utili per meglio aprirsi alla vita. Il
conoscere, l’uscire dal buio del non sapere, dell’agire perché così ci è stato
detto di fare, di quell’essere pecorelle ubbidienti e basta, di attendere fin
quando non sia detto di muoversi, capire, ecco sì insomma, capire. Si riesce ad
Immaginare cosa sarebbe accaduto se nessuno avesse risposto “No, così non va” a
quel cambio di regolamento annunciato dall’attuale Commissario F.I.S.E.? Si riesce ad immaginare la sorpresa di
trovarsi un crescente numero d’iscritti che inaspettatamente alzano la voce e
gridano “Basta!”? Quel Sacerdote in quella Chiesetta voleva svegliare con
sprazzi di cultura anime mantenute dormienti da un Potere al quale faceva gioco
che viceversa continuasse a conoscere solo la paura del Peccato. Qualcuno, anzi
più di qualcuno, ha cercato di bloccare l’onda crescente di protesta, abbaiando
e digrignando i denti fino a mettere firme su carta bollata. Tutto
perfettamente inutile. Come le poche anime di quella Chiesetta una moltitudine
crescente di amatori dell’equitazione italiana è stata avvolta da una ventata
liberatoria. Dopo aver toccato il fondo, per colpe chiaramente non sue, il
popolo equestre ha inteso riappropriarsi del suo sport pur scoprendone gambe
incancrenite e da amputare, ma fermamente intenzionato anche camminando poi su
una sedia a rotelle a dargli una nuova
speranza di vita.. Ecco da dove nasce la richiesta mossa all’attuale
Commissario di tirare presto le somme del debito seppur ripartito tra quanti l’hanno procurato
e portare tutto il dossier all’attenzione del Presidente del C.O.N.I. Il popolo
equestre italiano ha diritto di eleggere quanto prima il suo Presidente e avere
un Consiglio Direttivo che badi a modificare quelle regole richieste dai suoi
tesserati Ritenere di poter continuare a mantenere nel buio della conoscenza
gli iscritti alla F.I.S.E. ignorando la loro volontà di riappropriarsi del loro
sport va ritenuto ingiusto oltre che impossibile. Questa la ragione del pressante invito al
Commissario di completare in tempi rapidissimi il suo lavoro perché
L’equitazione italiana il suo “Big Ben ha detto stop” l’ha pronunciato.
Nessun commento:
Posta un commento